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Last updateLun, 14 Giu 2021 4pm

SULLE PAROLE DI RIELLO E DE LUZENBERGER

LJonathan.jpge parole, dalle quali traspare una evidente amarezza, che il Procuratore Generale della Repubblica, dott. Luigi Riello e il Procuratore Capo della Repubblica presso il Tribunale per i Minorenni di Napoli, dott.ssa De Luzenberger, hanno pronunciato in occasione dell'inaugurazione del nuovo anno giudiziario, rendono perfettamente la complessità della fase che stiamo vivendo ma, paradossalmente ci rincuorano perché ci fanno sentire meno soli nelle nostre battaglie quotidiane per i diritti dei minori ad avere servizi adeguati ai loro bisogni. La dott.ssa De Luzenberger nel suo intervento ha denunciato "che la questione minorile non è certamente risolta. Non si è fatto granché rispetto al passato per la bonifica e per il recupero sociale. Emergono episodi che lasciano trasparire indifferenza ai rigori della legge e odio verso i rappresentanti dello Stato".

Parole forti ma che rendono bene lo stato di abbandono di tanti ragazzi orfani di un sistema di welfare adeguato alle proprie necessità. È da premettere che nessuno, allo stato attuale, può proporre una panacea, estrarre un coniglio dal cilindro e risolvere una questione che è annosa e complessa. Tuttavia è innegabile un ritardo della politica e dei politici che non si materializza solo dovuto nei tagli alla spesa sociale ma, ed è molto più grave, nell’ormai conclamata incapacità di agire a sostegno di quei progetti che nascono dal basso, di quelle forme associative organizzate per arginare la crisi educativa e sociale dei quartieri maggiormente esposti al dominio della camorra.

L’incapacità, o più probabilmente la mancanza di volontà, di premiare la meritocrazia, e quindi chi investe nell’innovazione dei modelli e degli interventi. In questa fase storica parlare di minori che commettono reati significa parlare dei servizi a cui viene data la responsabilità del loro recupero. E parlare di servizi vuol dire parlare delle comunità gestite dal privato sociale accreditato che rappresentano il fulcro, il centro delle politiche di recupero e di inclusione messe in campo dalla giustizia minorile.

E noi, operatori di comunità, lavoratori della frontiera educativa e della presa in carico di minori e giovani devianti in conflitto con la giustizia, lo sentiamo tutto il peso di       questa latitanza, di questa assenza, dell’assenza di chi si limita ai proclami quando conviene.

Perché un compito arduo diventa una missione impossibile se ai proclami che si spendono nei convegni non seguono i fatti. E i fatti ci parlano di politiche sociali a favore dei minori che si dovrebbero fare con investimenti economici adeguati ai servizi da erogare. I fatti, che sono testardi, ci parlano degli operatori del privato sociale che nel rapporto con i colleghi del pubblico sono trattati come figli di un dio minore. Questo è un primo appunto su cui riflettere per il futuro: per rendere i servizi all'altezza dei compiti che devono svolgere occorre superare questa dicotomia pubblico – privato sociale e riaffermare quella cultura della sussidiarietà e complementarietà dei ruoli che negli ultimi anni si è andata perdendo.

I fatti ci parlano di una offerta di comunità che supera la domanda con dei criteri di accreditamento schiacciati sui titoli formali e dove la storia, l’esperienza sul campo sono secondari. Le comunità, di fatto, sono in concorrenza tra loro e la loro debolezza nel rapporto con il committente pubblico finisce per trasformare la collaborazione in sudditanza.

La realtà, che si evidenzia una volta di più dalle parole che abbiamo riportato in precedenza, “fotografa” istituzioni che non stimolano i cambiamenti, che rifiutano di mettere in discussione quel modello – quel "totem" –  pedagogico costruito sulla eguaglianza formale che non tiene conto delle differenze ed impedisce la sperimentazione di nuovi modelli che tengano invece conto delle diversità e della specificità delle problematiche dei minori dell'area penale.

Stiamo vivendo un cambiamento epocale il senso lato dove le trasformazioni (dovute ad esempio alla tecnologia o alla stessa pandemia) si susseguono a ritmo incalzante e noi vi rispondiamo utilizzando ancora il metodo "Montessori" per un fenomeno, quello della devianza minorile, che a Napoli ha peculiarità specifiche che non consentono di “sovrapporlo” a quanto accade in altri contesti, in altri territori.

La quintessenza di queste specificità sono i murales di minori santificati come martiri perché ammazzati in un conflitto a fuoco con le forze dell'ordine nel corso di azioni delittuose gravi. L'amarezza per questo stato di cose è tutta nell’intervento fatto dal procuratore generale Riello, quando parla di sconfitta della società civile.

La speranza è che quelle parole arrivino anche alla coscienza dei politici e dei burocrati pubblici. La morte di due ragazzi, oltre al dolore, ci dovrebbe anche interrogare sulle circostanze che l’hanno prodotta ed in cui è avvenuta, altrimenti si corre il rischio che questo dolore si ripresenti. Ma troppo spesso quella speranza viene tradita. Abbiamo assistito ad uno scontro ideologico tra schieramenti contrapposti rispetto ai murales, fazioni mosse mossi da posizioni precostituite che in effetti sono parte integrante del problema che da sempre condiziona le scelte della politica, più interessata alla ricerca del ì consenso che alla soluzione dei problemi.

Bisogna prendere atto che davanti a noi non abbiamo più tante opportunità di intervento, che stiamo perdendo tempo e che sarebbe arrivato il momento di chiedersi seriamente dove abbiamo sbagliato, dove, ognuno con le proprie responsabilità, sta anche adesso sbagliando.

È evidente che il disinvestimento per i minori dell'area penale che il Ministero della Giustizia e la Regione Campania hanno portato avanti negli ultimi anni è stato massiccio ed ha provocato una caduta di qualità dei servizi e una forte precarizzazione del lavoro che impedisce di guardare al futuro. Questa precarietà, a cui progressivamente ci siamo abituati, ci ha ridotti ad una resa silenziosa e passiva. Ma, per amore di verità, bisogna anche dire che in questa debolezza ci sono pure i limiti e le responsabilità delle comunità, che non hanno saputo proteggere e salvaguardare dall'attacco del mercato la scelta stessa di lavorare in comunità; una scelta dettata da quella passione, etica e sociale, che rappresenta il valore aggiunto alla esperienza, alla competenza e alla professionalità delle persone che dentro le comunità “vivono”.

Questi limiti, di per sé gravi, delle comunità, non possono però mettere in secondo piano le responsabilità che riguardano i nostri partner istituzionali –  Giustizia Minorile, Regione Campania. Responsabilità che, come abbiamo già avuto modo di sottolineare, non attengono solo al taglio delle risorse economiche ma riguardano la programmazione, l'innovazione dei modelli con il superamento, o meglio, con la sperimentazione di una presa in carico che superi le quote stabilite dalla normativa regionale (quote che prevedono la compresenza nella stessa struttura di bambini, minori dell’area penale, minori sottoposti a provvedimento amministrativo etc.), la qualità dei servizi, la meritocrazia.

Pensiamo che per questi partner istituzionali sia urgente, non più prorogabile l’avvio di una fase nuova, di attenzione e ascolto verso quelle voci che si alzano dalla frontiera e che fino ad ora sono rimaste inascoltate, ignorate. Magari partendo da quegli strumenti che sono già a disposizione, come quelli forniti dal dott. Roberto Di Bella che, partendo da una riflessione sui minori “figli della ndrangheta”, ha prodotto un modello, “liberi di scegliere”, che è certamente “di rottura” ma ha una carica innovativa e di prospettiva assolutamente rilevante.

Vincenzo Morgera – Silvia Ricciardi – Giovanni Salomone – Associazione Jonathan

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